mercoledì 15 giugno 2011

"Take Me Out to the Ball Game"



"Take Me Out to the Ball Game" è una canzone dei primi anni del XX secolo di Tin Pan Alley divenuta l'inno non ufficiale del baseball. Il testo fu scritto nel 1908 da Jack Norworth e messo in musica da Albert Von Tilzer, nonostante nessuno dei suoi autori avesse mai assistito al gioco prima di scrivere la canzone. Norworth e Von Tilzer videro per la prima volta una partita di Major League rispettivamente 32 e 20 anni dopo.

La canzone è tradizionalmente cantata durante 7° inning, tra parte alta e parte bassa, subito prima quindi della fase di attacco della squadra di casa e il pubblico è incoraggiato a cantarla. Per la ragione di cui sopra,viene chiamato anche "7th inning stretch". Sebbene oggigiorno se ne ricordi soprattutto il ritornello, viene comunemente considerata la terza canzone più eseguita negli Stati Uniti d'America, dopo l'inno The Star-Spangled Banner e Happy Birthday to You.

Testo:
Katie Casey was baseball mad,
Had the fever and had it bad,
Just to root for her hometown crew,
ev'ry sou-- Katie blew.

On a Saturday, her young beau
called to see if she'd like to go
To see a show but Miss Kate said, "No,
I'll tell you what you can do"

Take me out to the ballgame,
Take me out to the crowd.
Buy me some peanuts and Cracker Jacks.
I don't care if I never get back,

Let me root, root for the home team,
If they don't win it's a shame.
For it's one, two, three strikes your out.
At the old ball game.

martedì 3 maggio 2011

FOTO

martedì 12 aprile 2011

Il Baseball su Radio Studio Delta

Ieri Radio Studio Delta ha dedicato un ora al nostro sport.
Dalle 19 alle 20 si è parlato di baseball con Stefano Servidei che ha cercato di spiegare il virus che è il gioco del baseball.
Mi piacerebbe dire quanto sia stato lo share ma sono contenta di dirvi che Radio Studio Delta è la radio più ascoltata della Romagna.

Tra domande curiose e testimonianze di genitori che tornavano da una partita di prebaseball è stata spesa una fantastica ora sul baseball.


Un'altra bella iniziativa messa a segno dal settore giovanile del Godo Baseball.

sabato 19 marzo 2011

Il primo grande slam di Alex Liddi

magari tutti diamo per scontato saper cos'è un grande slam nel baseball (gergo tipico del bridge - punto massimo realizzabile... entrato nel gergo tennistico che indica vincere i 4 principali tornei sulle 4 superfici tipiche del tennis) io non lo sapevo cosa era un grande slam nel baseball...
e quando Liddi ne ha fatto non uno, ma ben si due tutti i siti che parlano di baseball si sono scatenati ....
Un grande slam nel baseball è un home-run fatto con le basi piene e vale quindi 4 punti.
Ho trovato su youtube le immagini amatoriali dei due grandi slam

grande slam


grande slam, la rivincita

venerdì 18 marzo 2011

Un italiano a Tacoma

Alex Liddi ci racconta il suo grande 'Spring Training'

"Sto vivendo un'esperienza unica". Si apre così una lunga chiacchierata telefonica con il talento di Sanremo. La sua stagione inizierà da Tacoma, in Triplo A. "E' una grande sensazione, sentire che la mia carriera può aiutare il baseball italiano"
di Riccardo Schiroli
Al telefono da Peoria (la località dell'Arizona dove si svolge lo Spring Training dei Mariners di Seattle), è il solito Alex Liddi, quando mi spiega che con lui i grandi dei Mariners sono "socievoli" (per come l'ho visto io, proprio non avrei definito Ichiro Suzuki "socievole", ma poco importa). Me lo posso anche immaginare mentre sorride. Scherzosamente, il manager della nazionale Marco Mazzieri gli ha ricordato "Se sei sempre lo stesso giocatore". Il coach Mike Piazza gli Alex Liddi con la maglia della nazionale (Ratti/Fibs)si è rivolto da fratello maggiore: "Continua a fare le cose che sai fare". Però a tutti noi appare chiaro che qualcosa di grosso è successo: il ragazzo che abbiamo visto indossare la maglia azzurra a tutti i livelli, è pronto al gran salto.
"Sto vivendo un'esperienza unica" dice Alex, spiazzandomi. Succede spesso, quando cerco di intervistarlo: mi dice una parola, al massimo una frase, che potrebbe rendere superflue tutte le altre domande che vorrei fargli. Ma ovviamente insisto.
Dopo 5 anni di Camp di Minor League, sei per la prima volta a quello della prima squadra. E' davvero così diverso? "Beh, è tutta un'altra cosa. A cominciare dalle sciocchezze, come il cibo che ti danno o come viene organizzato lo spogliatoio. E poi abbiamo i tifosi anche a seguire gli allenamenti".
Già, il tifosi. Ho letto che cominciano a conoscerti. Si diceva che, nel turno del secondo grande slam, ti gridassero di rifarlo...: "E' vero" ride "E' stata una sensazione stranissima. Nella partita di venerdì con gli Indians, hanno addirittura esposto uno striscione per chiedere che mi mettessero a battere".
Alex Liddi è pienamente consapevole di quello che rappresenta per il baseball italiano. Ma non parla di responsabilità: "No, perché è un termine che mi fa pensare ad un peso. Invece, quello che sento io è qualcosa di bello. E' una grande sensazione, sentire di poter dare qualcosa al baseball italiano con quello che sto facendo, sentire che la mia carriera può contare molto".
Ti seguono tutti in tempo reale, lo sai vero? "Lo so, ricevo tantissimi messaggi su Facebook per i quali ringrazio tutti. Non è detto che riesca a rispondere, ma mi fa tanto piacere. E leggo tutto".
Diciamo la verità, Alex. Questo successo ha anche un certo potenziale economico: "Beh, certo. Non è il motivo per cui gioco, ma dà una certa soddisfazione".
Finire sul roster dei 25 di Grande Lega, da questo punto di vista, sarebbe un ulteriore salto di qualità: "Ma non credo, che sarò sul roster dei 25. Mi sembra molto difficile...".

Alex Liddi è in effetti destinato a Tacoma, Triplo A. La comunicazione ufficiale dei Mariners è arrivata il 12 marzo, il giorno dopo la chiacchierata telefonica con Alex.
Al quale, durante l'intervista, avevo chiesto di valutare se non gli convenisse più iniziare dal Triplo A.
Questa era stata la risposta: "Io, se lasciassero la scelta a me, andrei di corsa con la prima squadra. Anche a costo di stare in panchina tutti i giorni. Però cerco davvero di non pensarci e di continuare a fare quello che so fare".
Certo, lo staff tecnico ti vedrà con occhi diversi, ora: "Il manager è nuovo, quindi non conosce me come non conosci gli altri giocatori. Ma sicuramente, quello che ho fatto fino qui aiutare a rendergli più famigliare la mia faccia...mi sono spiegato?".
Si è spiegato benissimo, Alex Liddi. E io, anche se la domanda è assolutamente retorica, ho un solo modo per concludere la chiacchierata. Tu continui a divertirti, vero: "Certo, come sempre!".

domenica 20 febbraio 2011

Gioco a Baseball ... leggo un libro


"Il mio nome è Jackie Roninson" di Scot Simon

Esce in questi giorni un nuovo libro della casa editrice 66thand2nd sul baseball

Jackie Robinson è un'icona dello sport e un simbolo della lotta per i diritti civili. Primo afroamericano a giocare nelle Major Leagues con la maglia dei Brooklyn Dodgers nel 1947, Robinson deve affrontare l'ostilità dei compagni, restii ad accettare la presenza di un giocatore di colore, ed è spesso oggetto di insulti da parte dei tifosi dei Dodgers e della tifoseria avversaria. Forte dell'appoggio di Branch Rickey, il presidente della squadra che ha fortemente voluto il suo passaggio dalle Negro Leagues, e di alcuni compagni, il giocatore resiste e spiana la strada all'ingresso di altri afroamericani nella massima serie di baseball. Il coraggio di Robinson costringe l'America di quegli anni a fare i conti con la questione razziale e ancora oggi, in onore di questo grande campione, nessun giocatore indossa la maglia numero 42, il numero di Jackie Robinson. Come ogni anno, il 15 aprile l'America celebra il Jackie Robinson Day, il 15 aprile 1947 è infatti il giorno dell'esordio di Robinson nelle Major Leagues. La forza e il coraggio di Jackie Robinson sono stati di recente raccontati dal presidente Barack Obama nel suo libro "Of Thee I Sing: A Letter to My Daughters" in cui Robinson figura tra i tredici grandi personaggi americani che con il loro esempio hanno cambiato

sabato 5 febbraio 2011

A.S. Roma e il Baseball

La A.S. Roma sta cambiando l'assetto della proprietà, e negli articoli sulla vicenda, viene sempre più prepotentemente richiamata la parola baseball.... vecchia storia quella della Roma e del Baseball... già unite ai tempi di Bruno Conti, che la leggenda metropolitana vuole allenarsi sia a calcio che a Baseball sui campi del Nettuno e si racconta anche che sia stato contattato da un emissario dei Santa Monica....

Da Il Giornale.it  sabato 05 febbraio 2011,

Ecco Mr. Red Sox l’uomo che sogna in giallorosso

di Filippo Fantasia

C'è un'azione tipica nel baseball, denominata "hit and run" (batti e corri), in cui il battitore incontra con violenza la pallina e cerca contemporaneamente di far correre il compagno sulle basi. Una giocata speciale, un "semaforo verde" dettato dal manager che potrebbe decidere le sorti del match. Un po' come successo a Thomas DiBenedetto e alla cordata di investitori statunitensi da lui stesso capitanata che ha ottenuto il via libera a trattare in esclusiva l'acquisto della Roma. Tempi brevi per chiudere il "deal", come fosse un fuoricampo che ti permette di girare velocemente i quattro angoli del diamante.
La scelta non poteva che cadere sul quotato businessman nato 61 anni fa a Boston, ma sangue abruzzese nelle vene, con la passione dello sport. Calcio, ma soprattutto baseball. Lo chiamano Mister Red Sox. Perché lui delle mitiche calze rosse, che quest'anno festeggeranno il centenario, è uno dei tredici partner: nel 2001 la New England Sport Ventures, la società di cui è socio insieme a John Henry (attuale proprietario dei Boston) e Tom Werner, e che lo scorso ottobre ha acquisito per 476 milioni di dollari anche il Liverpool, assunse infatti il controllo dello storico club di baseball. Ma di quella squadra DiBenedetto è anche uno dei più accaniti sostenitori, di quelli che si riuniscono sotto il nome di «Red Sox Nation». Dopo aver giocato a football alla fine degli anni '60 al Trinity College di Hartford nel Connecticut, il baseball è entrato prepotentemente nella sua vita. È stato lui stesso a raccontare che all'età di 10 anni pianse al Fenway Park, la «casa dei Red Sox», quando vide battere un fuoricampo a Ted Williams, indimenticato campione, nell'ultimo turno di battuta della sua carriera. E quando Tom e Linda si sposarono nel settembre dell'83 decisero di fare una luna di miele lì intorno nel New England, per poter essere di ritorno il sabato e la domenica conclusivi della stagione agonistica.
Un tifoso doc. Cresciuto ad Everett, vicino Boston, prendeva la metro per raggiungere il Fenway Park, quello che lui considera una cattedrale: completamente dipinto di verde, è datato 1912, ed è il più vecchio stadio di baseball d'America. «I Red Sox sono una passione che dura tutta la vita», spiega il businessman che oggi fa la spola tra il Massachusetts e la Florida, dove è nato Thomas DiBenedetto jr, uno dei suoi cinque figli che è stato scelto dall'organizzazione dei Red Sox nel 2008 ed assegnato alle leghe minori per poter farsi le ossa nel grande baseball. Con Boston però c’è un feeling del tutto particolare, vista la presenza di una folta comunità italiana, stipata principalmente nel quartiere del North End. Uno dei paisà più noti è Larry Lucchino, presidente e amministratore delegato dei Red Sox. Un altro è Terry Francona, l'allenatore della squadra, l'uomo che ha riportato il titolo nazionale in Massachusetts dopo ben 86 anni di assenza. E c’è un altro Thomas (Menino), sempre di origine italiane, che a Boston siede in un posto importante, essendo il sindaco della città.
Adesso, per chiudere con la Roma (club, marchio e facilities) si attende solo la firma. Il progetto prevede importanti obiettivi di fatturato che passano necessariamente attraverso un piano di rilancio in grande stile basato sul merchandising, sul brand e su un nuovo stadio. Cose che riescono bene a DiBenedetto e soci. Basti pensare proprio ai Red Sox. Durante la stagione regolare 2010, sono stati tra i 10 club con la più alta affluenza di pubblico (oltre 3 milioni di spettatori). E anche se non sono entrati nei play-off, i Boston hanno allungato la striscia del Fenway tutto esaurito a 631 partite, partendo dal 15 maggio 2003.